Mercati emergenti

Sempre più solidi

Kim Catechis, Responsabile mercati emergenti
21 MAG 2018
I mercati emergenti (ME) dovranno affrontare qualche difficoltà a breve termine nel 2018, ma le loro economie non sono mai state così solide. L’articolo spiega perché la nostra fiducia in questa asset class resta invariata e quali sono al momento le tematiche più importanti nei paesi e nelle regioni emergenti principali.

Ultimamente, i flussi di notizie riguardanti i mercati emergenti si sono incentrati sui colpi di apertura della guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti e sul pessimismo riguardo al futuro dell’Accordo nordamericano di libero scambio (NAFTA). Queste circostanze hanno contribuito al più alto livello di volatilità osservato nell’asset class negli ultimi 4-5 anni.

Ciononostante, i dati economici relativi ai ME non sono mai stati così positivi. 

  • Sono pochissimi i paesi dei ME con disavanzi pubblici superiori al 5% del PIL; oltre l’80% del debito complessivo dei ME è costituito da emissioni private, non pubbliche e, per la maggior parte, è denominato in valuta locale, non in dollari USA.
  • Inoltre, nessun paese dei ME è ancorato al dollaro USA per difendere la propria moneta, come invece è avvenuto durante la crisi finanziaria asiatica del 1997.
  • Infine, si rileva che il volume di scambi tra i paesi emergenti è in aumento (il 18% del commercio mondiale globale avviene oggi all’interno dei ME, contro il 4%¹ di 20 anni fa).

Quest’ultimo dato corrobora la nostra convinzione che il protezionismo degli USA avrà un impatto minore rispetto a quanto temuto da una parte degli osservatori. Secondo la nostra analisi, gli Stati Uniti hanno scarse probabilità di uscire vincitori da una guerra commerciale, in quanto la globalizzazione si è spinta troppo oltre e sarebbe troppo complesso tornare indietro. 

Prospettive regionali

Asia

Le prospettive per l’area asiatica sono tra le migliori di tutti i ME.

Il livello relativamente basso dell’inflazione rispetto ai dati storici in molti paesi dell’area è un buon indicatore di tali prospettive. Ciò è attribuibile a una maggiore consapevolezza delle banche centrali asiatiche riguardo alle modalità di gestione dei cicli dei tassi d’interesse. È inoltre dovuto al basso tasso d’inflazione dei prezzi alimentari dopo tre buone stagioni dei monsoni, che hanno portato precipitazioni sufficienti ma non eccessive. Quest’ultimo aspetto è significativo in quanto i prezzi alimentari hanno un peso maggiore nel paniere dell’inflazione dei paesi emergenti rispetto a quello dei mercati sviluppati. Il prodotto interno lordo, inoltre, è in generale aumento.

Un’area di preoccupazione a breve-medio termine è il sentiment relativo alle società coinvolte nella catena di fornitura globale della tecnologia. Le società produttrici di smartphone o di componenti per smartphone stanno registrando un rallentamento della crescita a breve termine e una relativa debolezza a livello di prezzi. La causa principale risiede nel raggiungimento di tassi di penetrazione degli smartphone così elevati a livello globale che i dati di crescita dei produttori sono ora marginali o a una cifra. Riteniamo che i mercati abbiano avuto una reazione eccessiva a tale sviluppo e non siano in grado di cogliere il potenziale di altre tendenze a cui queste società stanno prendendo parte. La domanda di chip ad alte specifiche richiesti per le auto a guida autonoma e per altri ambiti dell’intelligenza artificiale è un’area di crescita potenzialmente imponente. Le società coinvolte nella catena di fornitura degli smartphone stanno costruendo componenti per i server necessari ad alimentare la tecnologia del cloud e anche l’Internet delle cose, che richiedono quantità crescenti di capacità di elaborazione. Questa domanda ci sembra più che sufficiente a compensare qualsiasi rallentamento a breve termine del ritmo delle vendite di smartphone.

A livello geopolitico, una delle tendenze più interessanti è l’impegno assunto dal Partito comunista cinese, durante il suo 19o congresso nell’ottobre 2017, a una più equa distribuzione del benessere tra la popolazione e le regioni. Tale misura, se andrà a buon fine, dovrebbe favorire una maggiore stabilità politica e finanziaria alla seconda economia mondiale.

America Latina

Vi sono prospettive contrastanti per le due maggiori economie latinoamericane.

Il Brasile è emerso dalla peggiore recessione mai registrata (2015-16) con una certa eleganza.  Il principale indice azionario, l’Ibovespa, ha guadagnato il 125% dai minimi del gennaio 2016 al 15 maggio 2018². Nello stesso lasso di tempo, l’inflazione è scesa da un picco del 10% al 2,7%, mentre i tassi d’interesse sono crollati dal 14% al 6,5%. Prevediamo una crescita di circa il 3% nei prossimi 12 mesi e anche un aumento dell’occupazione. Non ci sorprende sentire che le imprese investono con maggior fiducia. Questi sviluppi sono quasi interamente frutto di dinamiche economiche interne, poiché solo il 20% dell’economia brasiliana si basa sulle esportazioni. È nostra opinione che il mercato abbia sopravvalutato i rischi di ribasso in Brasile; noi siamo più ottimisti.  

Siamo cauti principalmente riguardo alle elezioni presidenziali di ottobre. Teoricamente, il governo in carica dovrebbe aver guadagnato popolarità grazie al buono stato di salute dell’economia, ma il grado di apprezzamento del Presidente di centro-destra Temer è sceso a una cifra percentuale dopo due tentativi di impeachment. I principali candidati alle elezioni siedono sia a destra che a sinistra e l’esito potrebbe significare, in una visione futura, la fine delle riforme.

Le prospettive per il Messico, la seconda economia della regione, sono meno positive. Dalla crisi del peso messicano del 1994, con il suo “effetto Tequila”, il paese è stato governato su basi macroeconomiche estremamente ortodosse, ma questo potrebbe cambiare se il candidato favorito dai sondaggi, Andres Manuel Lopez Obrador, vincerà le presidenziali di luglio. Obrador intende aumentare la spesa pubblica sociale, applicare il protezionismo commerciale e minaccia di limitare la sfera d’intervento delle società private in ambiti tradizionalmente appannaggio dello Stato, come la produzione di energia. Un altro punto interrogativo per gli investitori è la sopravvivenza dell’Accordo nordamericano di libero scambio (NAFTA) nella sua forma attuale. Data la visione condivisa del Presidente Trump e di Obrador in materia di protezionismo, ci si potrebbe attendere una versione indebolita, annacquata dell’accordo. Pensiamo che i mercati abbiano sottostimato i rischi che questo comporterebbe per il Messico; la sua valuta non ha ancora scontato pienamente un NAFTA depotenziato e le conseguenze di un cambiamento di politica. In una prospettiva di lungo periodo, se il NAFTA non sarà rivisto o se verrà ridotto, il paese sarà meno sincronizzato con il ciclo economico statunitense e sfrutterà la sua partecipazione all’accordo di partenariato transpacifico (TPP, Trans-Pacific Partnership) per diversificare i mercati di esportazione, puntando a paesi diversi dagli Stati Uniti. Chiaramente, ci vorrà del tempo, ma il costo unitario della manodopera messicana nel settore manifatturiero è pari a quello cinese e il Messico può contare, grazie agli oltre 24 anni di partecipazione al NAFTA, su manodopera specializzata e su importanti infrastrutture logistiche.

Sud Africa

Ci aspettiamo miglioramenti in Sud Africa, ma siamo più cauti rispetto alle stime di consenso riguardo al fatto che l’elezione del Presidente Cyril Ramaphosa costituisca un punto di svolta. L’economia ha risentito di un decennio di mala gestione e un Presidente impegnato nella lotta alla corruzione significa probabilmente sollevare il velo su un passato di pessima governance, laddove i problemi permangono. Il prezzo delle materie prime, su cui verte la maggior parte delle esportazioni sudafricane, non sta salendo ed è necessario gestire grossi debiti. Ramaphosa può contare su una schiera di conoscenze personali con cui riallacciare i contatti per ricollegare il Sud Africa con il mondo degli investimenti globali in modo credibile, ma prima deve demolire l’architettura su cui si sono poggiati i 10 anni precedenti.

Europa Centrale

Tre tra le principali economie emergenti europee (Repubblica ceca, Ungheria e Polonia) si trovano tutte nella posizione per trarre vantaggio dalla rivitalizzazione dell’economia europea e dovrebbero crescere a un ritmo superiore al 4% nei prossimi 12 mesi. Un dato esemplificativo di come questi paesi si avvantaggino della crescita europea è il calcolo secondo cui a un incremento dell’1% della produzione industriale tedesca corrisponde un incremento compreso tra lo 0,6 e lo 0,8 nella produzione della Repubblica ceca, dell’Ungheria e della Polonia. In questi paesi ci concentriamo sulle opportunità offerte dalle banche che finanziano l’espansione della crescita e ne traggono vantaggio.

Russia

L’economia russa ha risentito di quattro anni di sanzioni internazionali, che hanno spinto i rendimenti delle azioni ai livelli più alti dei mercati emergenti e hanno svalutato la moneta. La nostra attenzione qui si concentra sulle società nazionali che si sono adattate a questo contesto, in particolare quelle che traggono vantaggio dalla sostituzione delle importazioni (come i produttori locali che aumentano la produzione e migliorano gli standard per compensare l’assenza di prodotti concorrenti importati). Evitiamo le imprese o società statali [KL1] che nel 2018 hanno risentito di nuove sanzioni mirate da parte dell’Occidente. La recente rielezione del Presidente Putin implica che le tensioni tra la Russia e l’Occidente sono destinate a continuare, ma in termini pratici conferisce stabilità agli investitori che sanno che cosa aspettarsi.

Conclusione

Sebbene a breve termine vi siano apprensioni legate al sentiment di mercato, confidiamo nella capacità delle economie e delle imprese dei mercati emergenti di offrire opportunità allettanti e selettive per i gestori attivi.


¹ Fonte: Martin Currie e Statista. Fonti Statista: IWF, Banca Mondiale, WTO.
² Fonte: Bloomberg

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